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IO CAMMINO CON I NOMADI

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Disperdersi, andare lontano per lunghi mesi e, dopo l'estate, ritrovarsi e danzare….Se si è nomadi dentro non si può far altro che andare. Sono i Peulh Wodaabe, più noti come Bororo, allevatori di zebù dalle grandi corna a lira nelle savane del Tchad centrale, ad accogliere l’esigenza di Elena di farsi pastore una volta ancora. Essi si danno alla transumanza per seguire una natura nomade e trovare erba buona per le loro mucche; la mobilità induce a mettere radici su pascoli temporanei, in ogni prato, all'ombra di qualunque acacia. I legami si allacciano tra corpi in movimento e spazio. I pastori nomadizzano in tutto il Sahel: si spostano durante l'anno in piccoli gruppi fino a quando in autunno, dopo le grandi piogge, si ritrovano con i loro zebù in pascoli verdeggianti e ricchi di sale. Solo allora gli esponenti dei clan riuniti danno corpo alla loro identità attraverso danze, canti, corse di cavalli.Dopo la lontananza, è il tempo dei volti truccati, degli abiti fruscianti, degli occhi spalancati e delle bocche tremanti volte a catturare sguardi in nome della bellezza. E' tempo di sorbire con calma tè e latte appena munto, di aspergere profumi sui tessuti, di sciogliere le trecce degli uomini e rifarle strette e lucide.Questa volta è l’erba a farsi calpestare, sono zoccoli di mucche a tracciare il solco tra cespugli e pozze fangose. E' una storia fatta di muggiti, polvere e fumi di fuoco all’imbrunire, corpi nervosi di femmine a seno nudo intente alla mungitura, rari mercati dove vendere burro, danze, danze, danze...

“Solo da lassù, dal garrese della mia cavalcatura, mi sono sentita davvero transumante. Sentivo che il passo del cavallo diventava il mio e questo mi rendeva un tutt’uno con la terra, con gli altri pastori, gli animali, l’erba e le spine, tutt'uno con la polvere”.
L’andare può essere compreso solo sposando quel movimento, lasciando ogni ancoraggio verso mari d’erba per sentire che il corpo, i pensieri, le vesti, le emozioni fluttuano assieme a coloro che dell’andare hanno fatto da secoli lo scopo di ogni giornata.
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LA CAROVANA DEL SALE

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Scrivevo nel mio diario il 18/10/2005:
“…Oggi giornata molto lunga. L’alba è sempre magica: mille zampe di dromedari si muovono all’unisono e su esse galleggia un mare di paglia. È tramontato il sole, è passato un certo tempo senza luce e poi è salita la luna. Noi sempre in marcia. Osservo le mille zampe che producono un unico, armonioso brusio, belle, nere e sottili contro la luna. E’ dura ma si tratta di una fatica degna. Si comincia con la luna e ci si ferma con la luna solo un po’ più in là.” Racconto di un viaggio compiuto nell’autunno del 2005 nel deserto del Niger. Appassionata di nomadismo con la voglia di capire le dure fatiche degli uomini del deserto, decisi di seguire quella che i Touareg nella lingua Tamachek chiamano Taghalamt, Carovana del sale, attraverso il deserto del Ténéré.
I Touareg dell’Air, nel nord del Niger, ogni anno tra l’autunno e l’inverno attraversano il deserto verso est con carovane di centinaia di dromedari per andare a rifornirsi di sale e datteri presso le oasi di Bilma o Fachi. Tengono per sé solo una parte della merce acquistata e per lo più la rivendono durante un secondo flusso carovaniero verso il sud per poter comperare miglio, elemento su cui si basa la loro alimentazione. Il destino mi venne incontro facendomi casualmente conoscere, in un viaggio di lavoro, il figlio di un Capo Carovana. Ci accordammo perché lui intercedesse presso il padre, Mahmoud, per concedermi di unirmi alla sua prossima carovana.
Dopo nove mesi di allenamenti tornai in Niger e lui era là ad attendermi. Raggiungemmo la capanna e l'acacia della sua famiglia tra i monti dell'Air e, dopo aver assistito per qualche giorno ai frenetici preparativi accompagnati dal battere incessante dei mortai, partimmo: tre uomini, dieci dromedari e io.
Allora eravamo solo un piccolo segmento di carovana come molti altri che stavano percorrendo le vallate dell'Air verso est.
Ogni giorno si unirono a noi altre piccole carovane fino alle porte del deserto: il pozzo di Bishnaw. Di qui partimmo in trecento dromedari, 30 Touareg ed io. Cominciò così la grande avventura per me, donna adottata da un Madougou (Capo Carovana), in mezzo alle sabbie verso l'oasi di Bilma.
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SANA'A E LA NOTTE

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“Sana’a al khadima mi fu davanti come una visione, una sagoma turrita punteggiata di sparse aperture luminose. Mi aggirai per i vicoli stretti senza sapere dove stessi andando. Nulla le assomigliava nella mia memoria se non la città dove sono nata. Se il Medio Oriente ha una forma ed un luogo ideali, un odore, una metafora, un prototipo, Sana’a rappresenta tutto questo. Pasolini aveva detto: “Se l’idea di Venezia è nata in qualche punto dell’oriente, questo punto è lo Yemen. Sana’a la città più bella dello Yemen, è una piccola, selvaggia Venezia posata sulla polvere del deserto, tra giardini di palme e orzo, anziché sul mare”*. La città quella notte, e tutte le successive, mostrò di possedere la stessa natura delle apparizioni, una bellezza irreale che rasentava la perfezione, quasi eccessiva come ebbe a dire il poeta.
Tornai in albergo come di ritorno da un viaggio nel tempo. Le case torre, gotiche nello stile e nella verticalità, affastellate l’una all’altra contro il cielo della notte divennero da allora meta privilegiata dei miei pensieri  e dei miei passi.”

Sana’a è una delle città più affascinanti del Medio Oriente. Ci ho vissuto per brevi momenti: l’ho percorsa, osservata, annusata. Spesso, seduta su qualche muretto al bordo di un giardino, ho lasciato che la sua vita e la sua gente mi passassero davanti. Ho sempre tenuto un quadernetto in tasca per poter trascrivere in qualunque momento quel che la città mi raccontava. Sono passati anni e si sono affastellati appunti, quaderni e fotografie; tutto è entrato a far parte di queste pagine in cui Sana’a, la mia Sana’a, è diventata femmina, luna, terra, pane, profumo, voce, notte. Giancarlo Iliprandi, meglio di chiunque altro ha saputo tratteggiare la mia Sana’a con la sua mano e i colori. L’intenzione è quella di raccontare un luogo di grande bellezza stritolato tra arretratezza e tradizione da un lato e voglia di modernità dall’altro, tra il rispetto della convenzioni sociali e l’anelito alla trasgressione. Uno sguardo ad un paese la cui capitale raccoglie tutte le contraddizioni e la bellezza che ovunque regna sovrana. Dai tempi della regina di Saba le donne continuano ad essere protagoniste, da Tawakul Karman vincitrice del nobel per la pace 2011 alla “Pietà yemenita” di Aranda vincitrice del  World Press Photo 2012. Se non posso salvare Sana’a e la sua bellezza, desidero quantomeno tentare di raccontarla.
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